Alfa, beta, gamma… Le varianti del virus SARS-CoV-2

Che cos’è una variante?

Con la locuzione variante virale, o più semplicemente variante, nell’ambito della medicina e della biologia si intende “il risultato di una o più mutazioni nel corredo genetico di un virus che ne modificano significativamente le caratteristiche (aspetto, trasmissibilità, ecc.)” (definizione tratta dal Nuovo Devoto-Oli). In altre parole, quando un virus infetta un organismo, il suo genoma (cioè l’insieme delle informazioni genetiche presenti) inizia a cambiare. Queste mutazioni, se comportano cambiamenti significativi, causano la nascita di una variante, una sorta di nuovo virus, che acquisisce rispetto alla forma originaria caratteristiche diverse, come un’aggressività più forte o una maggiore velocità di diffusione (approfondisci sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità).

Anche nel caso del SARS-CoV-2, che tutti conosciamo con il nome di coronavirus, le nuove varianti si sono generate in questo modo. Semplificando e riassumendo dal sito dell’Istituto Superiore di Sanità, possiamo dire che il SARS-CoV-2 utilizza la proteina Spike per entrare nella cellula umana. Una volta dentro, rilascia il genoma (costituito nel caso del coronavirus soltanto da RNA) e costringe la cellula ospite a moltiplicarsi e a produrre copie fedeli del virus. Durante questo processo di moltiplicazione, si verificano spesso errori del tutto casuali, per cui le nuove copie di RNA non sono esattamente identiche a quelle originali. Nella maggior parte dei casi, queste mutazioni non comportano differenze sostanziali, ma contribuiscono alla naturale evoluzione del virus stesso. A volte, tuttavia, causano cambiamenti più rilevanti (come detto all’inizio, una maggiore aggressività o velocità di diffusione), soprattutto se, nel caso del coronavirus, interessano anche la proteina Spike, che, una volta mutata, non viene più riconosciuta dal sistema immunitario.

 Quali sono le varianti del coronavirus?

Prima di elencare le varianti del coronavirus, bisogna distinguere tra variant of interest (abbreviato in VOI), variant of concern (VOC) e variant under monitoring (VUM). Queste etichette, che non hanno ancora un traducente italiano (letteralmente potremmo parlare di variante che desta interesse, variante che desta preoccupazione e variante sotto monitoraggio), sono date in base ad alcuni parametri scientifici e all’impatto sulla società e sulla salute (ad esempio la letalità, la trasmissibilità, la virulenza, ecc.). Secondo l’OMS, che non include le VUM (ne parla, però, l’European Centre for Disease Prevention and Control), una variante è considerata di interesse (VOI) se presenta mutazioni sospette in grado di causare cambiamenti significativi e se circola ampiamente (ad esempio, si hanno molti gruppi di persone infette o molti paesi colpiti). Queste varianti di interesse sono costantemente sotto monitoraggio nel caso in cui diventino varianti preoccupanti (VOC). Sono classificate in tal modo quelle che si diffondono più facilmente, causano danni più gravi, sfuggono alla risposta immunitaria dell’organismo, cambiano la presentazione clinica o fanno diminuire l’efficacia degli strumenti noti, come le misure per la salute pubblica, la diagnostica, i trattamenti e i vaccini (tradotto e riadattato dal sito dell’OMS).

Ad oggi, secondo il Ministero della Salute (aggiornamento al 17 giugno 2022), le VOC presenti sono le seguenti (un elenco più dettagliato è presente qui):

  • Variante Alfa, identificata per la prima volta nel Regno Unito.
  • Variante Beta, identificata in Sud Africa.
  • Variante Gamma, con origine in Brasile.
  • Variante Delta, rilevata per la prima volta in India.
  • Variante Omicron, rilevata per la prima volta in Sud Africa il 24 novembre 2021. Attualmente predominante in Italia ed Europa.

Dall’OMS possiamo riportare anche l’elenco delle cosiddette VOI:

  • Variante Epsilon, identificata in America.
  • Variante Zeta, rilevata per la prima volta in Brasile.
  • Variante Eta, presente senza specificazioni in più paesi.
  • Variante Theta, identificata nelle Filippine.
  • Variante Iota, comparsa in America.
  • Variante Kappa, per la prima volta in India.
  • Variante Lambda, rilevata in Perù.
  • Variante Mu, presente in Colombia (mu è una variante di mi diffusa in ambito tecnico e scientifico)

Perché si chiamano così?

In base alle linee guida concordate tra l’OMS, l’Organizzazione mondiale per la salute animale e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, i nomi per le nuove malattie infettive non possono riferirsi a una posizione geografica, a un animale, a un individuo o a un gruppo di persone, ma devono essere pronunciabili e strettamente correlati alla malattia (leggi il testo completo qui).

Per questo motivo, le prime varianti del coronavirus, che inizialmente erano chiamate con l’etnico del Paese in cui erano state individuate la prima volta (ad esempio variante inglese, brasiliana, ecc.), hanno subito una ridenominazione più neutra (d’altronde la velocità con cui nascono e si diffondono queste nuove varianti non assicurano la biunivocità tra variante e un singolo Paese). A partire dal 31 maggio 2021, l’OMS ha stabilito un nuovo sistema da usare nella comunicazione pubblica, ossia le lettere dell’alfabeto greco (qui la dichiarazione). La motivazione che si legge nel comunicato è la seguente: “l’uso di lettere dell’alfabeto greco sarà più facile e più pratico da utilizzare da parte dei non specialisti” (tradotto dall’inglese); in realtà non tutti i nomi delle lettere greche sono familiari a chi il greco non lo sa (pensiamo a theta o a lambda), per cui si potrebbe piuttosto richiamare la tradizionale, massiccia presenza del greco nel linguaggio medico. Va però detto che queste etichette (in inglese labels, così definite dall’OMS) non sostituiscono i nomi ufficiali dati all’interno della comunità scientifica, in cui si utilizzano sistemi di nomenclatura più complessi (GISAID, Nextstrain e Pango), effettivamente inadatti al dibattito pubblico:

 

Immagine tratta dal sito dell’OMS

 

D’altra parte, le lettere greche evitano di ricondurre una malattia a un posto specifico, che verrebbe di conseguenza stigmatizzato. Tuttavia, l’OMS ha dichiarato che anche alcune lettere greche potrebbero offendere alcune popolazioni o creare confusioni (qui il comunicato). Effettivamente, mancano all’appello le due lettere greche nu (variante di ni) e xi. Le motivazioni di tale scelta sono state spiegate dalla portavoce dell’OMS, Margaret Harris. Riportiamo qui la notizia, citando da swissinfo.ch: «La lettera ‘Nu’ è stata scartata perché suona, in inglese, troppo simile a ‘new’. Questo avrebbe generato confusione nel mondo anglofono: la gente avrebbe magari pensato che si trattasse solo di una nuova variante, non del nome di quella variante. Quanto alla lettera ‘Xi’, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di passare oltre perché ‘Xi’ è un cognome molto comune in Cina […]. Certo, ‘Xi’ è pure il cognome del presidente cinese, Xi Jinping, che sicuramente non avrebbe gradito che la nuova e pericolosa variante del virus portasse il suo cognome».

 

Kevin De Vecchis

 

Crediti foto: Focus

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