Occhi spaventati che si guardano intorno, la sensazione che la stanza si chiuda su di te, il cuore che accelera, il fiato che manca, la necessità di fuggire; ti senti debole, tremi, un sudore freddo ti scorre sulla schiena. Sei in trappola, non respiri!
Il termine panico ha un’origine greca: deriva da panikós, “di Pan”, ed è legato all’antico Pan, il dio metà uomo e metà caprone della mitologia greca. Questa figura sfuggente era una divinità silvana che dimorava nei boschi ed era il terrore delle ninfe e dei viandanti che li attraversavano: spaventandoli con apparizioni improvvise e ululati terribili, questo dio provocava in loro un terrore travolgente e immotivato. Chi temeva di incontrarlo di nuovo smetteva di viaggiare e, a volte, di recarsi al mercato (in greco agorá): è da questa paura che deriva il nome di quella che oggi chiamiamo agorafobia (Merivale, 1969; Berrios, 1996).
Dal mito all’utilizzo in termini clinici passeranno molti anni, nonostante vengano fatti tentativi e approfondimenti nel corso dei secoli. Secondo Berrios (1996), la prima volta in cui il termine panico viene usato tecnicamente in psichiatria è nel 1879, quando Henry Maudsley descrive in The Pathology of Mind un melancholic panic. Sebbene sia considerata l’origine del termine, in questo caso “panico” ha un’accezione leggermente diversa da quella che conosciamo oggi: viene infatti classificato come una fase di terrore acuto e agitato che poteva insorgere all’interno di un quadro melanconico. Il panico, per Maudsley, era quindi un sintomo e non un’entità clinica autonoma; una classificazione che sarebbe perdurata, in forme diverse, per quasi tutto il Novecento.
Fino al 1980 “panico” in psichiatria resta solitamente un aggettivo prestato ad altri quadri clinici; è il DSM-III a introdurre per la prima volta, in una classificazione ufficiale, la categoria disturbo di panico, scindendo la nevrosi d’ansia in disturbo di panico (ansia acuta) e disturbo d’ansia generalizzata (ansia cronica) (APA, 1980; Nardi, 2006; Papakostas et al., 2003).
Il DSM-5 (2013) completa il percorso con due cambiamenti rilevanti: l’attacco di panico diventa uno specificatore applicabile a qualsiasi diagnosi del manuale, e l’agorafobia viene scorporata dal disturbo di panico e resa diagnosi autonoma, con criteri propri e durata minima di 6 mesi (APA, 2013; Asmundson et al., 2014).
In tempi moderni il termine “panico” ha assunto diverse connotazioni, tra cui quella usata in senso comune: “incontrollabile paura”, un terrore improvviso che annebbia la ragione e la razionalità.
In termini scientifici, invece, è necessario distinguere tre oggetti diversi:
- Attacco di panico. È il singolo episodio. Nel DSM-5 non è una diagnosi codificabile ma uno specificatore: un fenomeno che può comparire nella depressione, nel disturbo post-traumatico da stress, nei disturbi da uso di sostanze, in condizioni mediche e anche in persone che non hanno alcuna diagnosi psichiatrica. Averlo avuto, in altre parole, non significa avere un disturbo.
- Disturbo di panico. Al fine di essere classificato come effettivo disturbo è necessario che gli attacchi siano ricorrenti e inattesi; che almeno un attacco sia seguito da almeno un mese di preoccupazione persistente per nuovi attacchi o per le loro conseguenze, oppure da un cambiamento disadattivo del comportamento; che non siano causati da uso di sostanze o da condizioni mediche, né spiegabili meglio con un altro disturbo mentale.
- Paura o ansia marcate relative ad almeno due tra le seguenti situazioni: trasporti pubblici, spazi aperti, luoghi chiusi, code o folla, uscire di casa da soli. Tali situazioni sono temute perché, in caso di sintomi di panico, l’allontanamento potrebbe risultare difficile o l’aiuto non disponibile. La durata richiesta è di almeno 6 mesi. Secondo il DSM-5 può essere diagnosticata da sola oppure insieme al disturbo di panico.
Analizzando il primo tra questi fenomeni, si osserva che, secondo il DSM-5, l’attacco di panico è un’improvvisa ondata di paura o disagio intensi che raggiunge il picco entro pochi minuti, durante la quale si manifestano almeno 4 di 13 sintomi (i primi dieci fisici, gli ultimi tre cognitivi):
- Palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia
- Sudorazione
- Tremore o scosse
- Sensazione di fiato corto o di soffocamento
- Sensazione di asfissia
- Dolore o fastidio al petto
- Nausea o disturbi addominali
- Sensazione di vertigine, instabilità, stordimento o di svenimento imminente
- Brividi o vampate di calore
- Parestesie (sensazione di intorpidimento o formicolio)
- Derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (sensazione di distacco da sé)
- Paura di perdere il controllo o di “impazzire”
- Paura di morire
Le cause degli attacchi di panico sono molteplici e non riconducibili a un’unica fonte: nella maggior parte dei casi derivano dall’interazione di diversi fattori. Le persone sensibili all’ansia, per esempio, tendono a essere più predisposte a viverli; sarebbe però riduttivo ricondurre il fenomeno a questo solo elemento, poiché entrano in gioco più fattori di vulnerabilità:
- predisposizione genetica;
- sensibilità all’ansia;
- periodi di forte stress o eventi di vita significativi;
- presenza di altri disturbi d’ansia o dell’umore;
- alcuni meccanismi cerebrali coinvolti nella risposta alla paura, per cui l’attacco corrisponde a un’attivazione anomala di un circuito d’allarme normalmente adattivo.
Secondo alcuni studi, l’attacco di panico si innesca quando normali sensazioni corporee (un battito accelerato, un leggero capogiro) vengono interpretate come il segnale di una catastrofe imminente. L’interpretazione catastrofica genera altra ansia, l’ansia intensifica le sensazioni fisiche, le sensazioni confermano l’interpretazione: è il circolo vizioso che trasforma un sussulto fisiologico in un attacco e che spiega perché l’episodio si autoalimenti fino al picco per poi esaurirsi (Clark, 1986).
Nel caso in cui si manifesti un attacco di panico, ci sono alcune strategie che l’individuo può mettere in atto sul momento:
- Ripetersi che l’episodio finirà. Per quanto possa sembrare tautologico, ricordarsi che la sensazione è passeggera aiuta a spezzare il circolo vizioso descritto da Clark. Un attacco di solito si esaurisce da solo in pochi minuti.
- Rimanere nel contesto. Evitare la situazione rinforza la paura; restare, in modo controintuitivo, insegna al corpo che il pericolo non è reale. È il principio su cui si fondano le tecniche di esposizione.
- Rallentare il respiro. Inspirare ed espirare lentamente riduce l’iperventilazione e l’intensità delle sensazioni fisiche.
Questi piccoli accorgimenti permettono di gestire la fase acuta ma, va sottolineato, non sostituiscono un’eventuale fase di analisi: è comunque consigliabile rivolgersi al medico per ricevere una valutazione adeguata.
di Alessio Arces – Federsanità ANCI Toscana
[Foto di Ángel Ramírez Flores su Pexels]


