Quando la cura guarda oltre il corpo: sesso e genere nella salute

Negli ultimi anni si sente sempre più spesso parlare di “medicina di genere”, un’espressione che può generare qualche confusione. Non si tratta infatti di una nuova specializzazione medica dedicata esclusivamente alle donne, né tantomeno della medicina che si occupa di questioni legate all’identità di genere, come a volte si potrebbe pensare. La medicina di genere è invece un approccio trasversale e innovativo che riguarda tutti noi, uomini e donne, perché riconosce che essere maschio o femmina, in termini biologici e sociali, fa davvero la differenza quando si parla di salute.

Per comprendere appieno questa espressione, occorre partire dalle parole che la compongono. Medicina deriva dal latino medicina, a sua volta contrazione di ars medicina, l’arte medica, che affonda le sue radici nel verbo medeor, “curo le malattie”. Fin dall’antichità, il medico era considerato quasi un intermediario tra il divino e l’umano, custode di un sapere-potere sacro: quello di restituire la salute.

Ma è sulla seconda parola che si gioca il significato innovativo dell’espressione: genere. Questo termine, dal latino genus-generis, indica propriamente la “stirpe”, il “tipo”, la “categoria”. Nella lingua italiana, genere classifica realtà diverse: il genere grammaticale (maschile, femminile, neutro), il genere letterario, il genere musicale. In ambito sanitario, però, genere assume un significato specifico e tecnicamente distinto da “sesso”.

Il sesso si riferisce alle differenze biologiche tra maschi e femmine: cromosomi, ormoni, anatomia, caratteristiche fisiche determinate geneticamente, universali e sostanzialmente immutabili. Il genere, invece, rimanda a un costrutto sociale e culturale: comprende ruoli, comportamenti, aspettative, identità che ogni società attribuisce a uomini e donne, e che variano nel tempo e nelle diverse culture. Include fattori socioeconomici, educativi, professionali, relazionali.

Quando parliamo di medicina di genere, dunque, intendiamo un approccio che considera entrambe queste dimensioni: non solo come il corpo maschile e quello femminile funzionano diversamente dal punto di vista biologico, ma anche come il contesto sociale e culturale in cui viviamo influenza la nostra salute e il modo in cui ci curiamo.

Una medicina che finalmente “vede” le differenze

Per decenni la medicina è stata androcentrica, costruita cioè sul corpo maschile come modello universale. La donna veniva considerata sostanzialmente come un “piccolo uomo”, e le specificità femminili erano limitate alla sfera riproduttiva. La ricerca scientifica, gli studi clinici sui farmaci, le sperimentazioni venivano condotti prevalentemente su uomini o su animali maschi, e i risultati venivano poi applicati indistintamente a tutta la popolazione.

Il punto di svolta arriva nel 1991, quando la cardiologa americana Bernardine Healy pubblica un articolo dal titolo emblematico “The Yentl Syndrome” sul prestigioso New England Journal of Medicine. Healy denuncia che, a parità di sintomi di infarto, le donne ricevevano molti meno interventi diagnostici e terapeutici rispetto agli uomini. Come nel film “Yentl”, dove la protagonista deve travestirsi da uomo per studiare, anche nella medicina le donne dovevano praticamente “essere uomini” per ricevere cure adeguate. Da quel momento, l’espressione “medicina di genere” inizia a diffondersi, con l’obiettivo di comprendere come le differenze legate al genere influenzano insorgenza, decorso e cura delle malattie.

Differenze che salvano vite

Le evidenze scientifiche oggi ci dicono che queste differenze sono concrete e rilevanti. Uomini e donne si ammalano in modo diverso, presentano sintomi diversi della stessa malattia e rispondono in modo diverso alle cure. L’infarto cardiaco ne è l’esempio più noto: negli uomini si manifesta tipicamente con il classico dolore toracico oppressivo, mentre nelle donne può presentarsi con sintomi più sfumati come nausea, stanchezza intensa, dolore alla schiena o alla mandibola. Questa differenza nei sintomi ha portato storicamente a diagnosi tardive e a un maggior tasso di mortalità femminile per patologie cardiovascolari.

Anche nella risposta ai farmaci esistono differenze significative. Le donne, in generale, presentano un rischio più alto di sviluppare reazioni avverse ai medicinali, a causa di differenze nel metabolismo, nel peso corporeo, nella composizione di grasso e muscolo, oltre che per le fluttuazioni ormonali legate al ciclo mestruale e alla menopausa.

Ma la medicina di genere non guarda solo alle differenze biologiche. Considera anche come i fattori sociali e culturali influenzano la salute: le donne, per esempio, utilizzano più frequentemente i servizi sanitari, assumono più farmaci, ma hanno anche maggiori responsabilità di cura familiare che possono influire sulla loro stessa salute. Gli uomini, invece, tendono a sottovalutare i sintomi e a rivolgersi più tardivamente al medico, con conseguenze sulla diagnosi precoce di molte patologie.

La Toscana all’avanguardia

La Regione Toscana è stata pioniera in Italia nell’applicazione della medicina di genere. Già nel 2014, anticipando le indicazioni nazionali, ha istituito il Centro di coordinamento regionale per la salute e la medicina di genere, il primo in Italia. Questo Centro, inserito nel Governo Clinico regionale, coordina una rete che coinvolge tutte le Aziende sanitarie toscane, con l’obiettivo di diffondere una cultura sanitaria attenta alle differenze di genere in quattro ambiti fondamentali: i percorsi clinici di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione; la ricerca e l’innovazione; la formazione degli operatori sanitari; la comunicazione e l’informazione ai cittadini.

Solo nel 2018 l’Italia, prima in Europa, ha formalizzato con una legge nazionale (la n. 3/2018) l’inserimento della medicina di genere nel Servizio Sanitario Nazionale, approvando un Piano nazionale per la sua applicazione e diffusione. Ma la Toscana, con oltre dieci anni di esperienza, aveva già tracciato la strada, inserendo la medicina di genere tra le azioni prioritarie del Piano Sanitario e Sociale regionale.

Una rivoluzione per tutti

La medicina di genere non è dunque una questione che riguarda solo le donne, né una mera operazione di “quote rosa” nella sanità. È invece il riconoscimento che ogni persona ha caratteristiche uniche, determinate dall’intreccio complesso tra biologia, identità personale e contesto sociale e culturale. Applicare una prospettiva di genere significa costruire una medicina più equa, più appropriata, più efficace per tutti.

Come ogni vera innovazione, richiede un cambiamento culturale profondo: nelle università, dove si formano i futuri professionisti della salute; nei centri di ricerca, dove si studiano le malattie e si sperimentano nuove cure; negli ospedali e nei servizi territoriali, dove ogni giorno si incontrano persone che chiedono ascolto e cura. Significa passare da un modello unico e indifferenziato a un approccio personalizzato, che tenga conto di tutte le dimensioni della persona.

La medicina di genere ci ricorda, in fondo, una verità semplice ma fondamentale: non esiste “il paziente” in astratto. Esistono persone, con corpi diversi, storie diverse, bisogni diversi. E una medicina davvero efficace non può non tenerne conto.

di Luca Caterino – Federsanità ANCI Toscana

[immagini di Magda Ehlers su Pexels]

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